Un’esploratrice in cammino

Ho incontrato lo yoga in un momento in cui avevo semplicemente bisogno di stare bene.

Cercavo un modo piacevole per occupare il mio tempo libero, qualcosa che potesse alleggerire un periodo complicato e restituirmi un po’ di armonia, in mezzo ai molti ruoli della mia vita: mamma, moglie, lavoratrice.

All'inizio, però, fermarmi non era affatto semplice.

Il corpo chiedeva movimento, la mente continuava a correre. Rimanere sul tappetino per un'ora sembrava quasi una sfida. Poi, poco alla volta, ho imparato a rimanere. E quando il movimento si è fatto più consapevole, è arrivato qualcosa che non stavo cercando: un senso profondo di pace.

Ho sentito risvegliarsi un corpo che, nella ripetizione delle giornate e delle abitudini, era diventato quasi anestetizzato. Ho scoperto persino che il mio sonno cambiava ogni volta che praticavo.

Lo yoga è entrato così nella mia vita: non attraverso una decisione precisa, ma un passo alla volta.

Più praticavo, più sentivo il bisogno di comprendere. La pratica mi conduceva verso lo studio, lo studio mi riportava alla pratica. Sono stata attratta dalla profondità della tradizione, dalla sua simbologia, dalla mitologia, dalla dimensione tantrica. Ho incontrato maestri che hanno saputo accompagnarmi e che ancora oggi continuano a orientare il mio cammino.

È stato, ed è, un viaggio sempre più profondo. 

Lo yoga mi ha insegnato a guardare

La trasformazione più importante che lo yoga ha portato nella mia vita non riguarda il corpo. Riguarda il modo di guardare il mondo.
Mi ha insegnato innanzitutto a essere più sincera con me stessa: riconoscere ciò che mi fa stare bene e ciò che mi fa stare male, dare un nome alle emozioni, imparare a osservarle senza esserne travolta.
C'è un momento, nella pratica, in cui il respiro torna ad essere protagonista. E allora anche la rabbia, la paura, la fatica assumono una dimensione diversa. Non scompaiono necessariamente, ma trovano il loro posto dentro un insieme più grande.
Una difficoltà che sembrava un oceano in tempesta può diventare una parte di un paesaggio più vasto.
Anche lo sguardo verso gli altri cambia.
Ho imparato a vedere che le persone non sono soltanto ciò che mostrano, e che dietro molti comportamenti esistono sofferenze, paure, bisogni che spesso non vediamo.
E poi c'è il silenzio.
Per molto tempo il silenzio è stato per me un'attesa, uno spazio in cui rimanevano anche emozioni che non riuscivo a riconoscere. Lo yoga gli ha dato un significato completamente diverso: il silenzio è diventato uno spazio di esplorazione, libero e senza confini, nel quale incontrare la propria interiorità.
Abitare quello spazio, anche solo per un momento, significa per me essere nello yoga.

Una pratica da vivere, non da subire

Quando accompagno una persona sul tappetino non desidero semplicemente insegnarle delle posizioni.
Desidero offrirle la possibilità di fare esperienza del momento presente.
Non è un'impresa scontata. Viviamo immersi in pensieri, abitudini, aspettative e condizionamenti che ci portano continuamente lontano da ciò che sta accadendo qui e ora.
La pratica può diventare allora uno spazio diverso.
Uno spazio nel quale osservare senza giudicare, ascoltare senza dover modificare immediatamente ciò che sentiamo, rimanere con quello che c'è.
La mia voce accompagna questa esplorazione. Il corpo e il respiro diventano strumenti di consapevolezza. La gestualità non è fine a se stessa, ma attraversa profondamente l'esperienza.
Non c'è competizione.
Non c'è bisogno di dimostrare nulla.
C'è la possibilità di ascoltare il proprio corpo, rispettarlo, riconoscere che cambia continuamente e imparare ad assecondarne le esigenze.
Quando questo accade, la pratica non viene più subita.
La pratica viene vissuta.
E può diventare l'inizio di una trasformazione.

Hatha Yoga: armonizzare ciò che siamo

Per me Hatha Yoga non significa semplicemente eseguire delle posizioni.
È un'esplorazione dell'equilibrio tra due principi che appartengono alla nostra esperienza: Ha, il principio solare, legato all'azione e alla dimensione razionale, e Tha, il principio lunare, intuitivo, ricettivo, legato al sentire.
La pratica ricerca quello spazio in cui queste due dimensioni possono incontrarsi e manifestarsi insieme in modo equilibrato.
È uno spazio di armonia.
Ed è forse proprio qui che la pratica fisica smette di essere soltanto movimento e diventa esperienza.

Una tradizione antica, ancora viva

Il mio modo di praticare e di insegnare nasce dall'incontro con una tradizione che considero preziosa e profondamente attuale.
Ritornare ai testi antichi significa per me cercare strumenti che hanno attraversato il tempo e che ancora oggi possono parlare alla nostra esperienza.
Non significa ripetere formule in modo rigido. Significa studiare, interrogare, sperimentare.
Significa lasciare che un insegnamento antico continui a vivere attraverso uno sguardo contemporaneo, per ritrovare, sotto forme sempre nuove, qualcosa che nell'essere umano non è cambiato.
La mia formazione affonda quindi le proprie radici negli insegnamenti fondamentali dello yoga, nella visione degli Yoga Sutra di Patanjali e nella tradizione dell'Hatha Yoga, così come è stata trasmessa attraverso i suoi testi e i suoi grandi maestri.
Ma ciò che porto nella sala non è soltanto ciò che ho studiato.
È ciò che ho sperimentato, ciò che continuo a ricercare e ciò che, attraverso la pratica, continua a trasformarmi.

Il corpo è il luogo da cui partire

Il corpo è il nostro primo strumento di osservazione. È il tempio del praticante.
Per questo lo considero con rispetto e devozione, senza forzarlo e senza trasformarlo in un oggetto da perfezionare.
Attraverso il corpo impariamo ad ascoltare. Attraverso il respiro impariamo a sentire.
E, poco alla volta, possiamo avvicinarci a quella dimensione più silenziosa nella quale l'esperienza diventa consapevolezza.
Il respiro è il ritmo della vita.
Ritmo del respiro, ritmo dell'universo.
Questi due ritmi non sono separati.
Esplorare, attraverso il respiro, la consapevolezza di essere parte di qualcosa di più grande è una delle esperienze che più profondamente attraversano la mia pratica.
Più ci allontaniamo dal nostro respiro consapevole, più rischiamo di allontanarci dalla nostra stessa vita.

Quello che desidero lasciare

Alla fine di una pratica mi piace osservare la sala.
Non tanto le posizioni, quanto ciò che accade nell'atmosfera.
Quando l'armonia di ogni persona sembra incontrare quella degli altri, il silenzio diventa quasi percepibile. È un momento particolare: ciascuno ha attraversato la propria esperienza e qualcosa sembra essersi liberato.
Riconosco la trasformazione anche in piccoli gesti.
Quando un allievo rimane in una posizione senza sforzo e con piacere.
Quando impara ad ascoltare il proprio corpo invece di confrontarlo con quello degli altri.
Quando la competizione lascia spazio alla contemplazione.
Quando il bisogno di fare lascia spazio alla capacità di essere.
Sono questi i momenti nei quali sento che la pratica sta diventando qualcosa di più profondo.
Ed è per questo che insegno.
Perché una persona in difficoltà può ritrovare un po' di equilibrio.
Perché un bambino può lasciare un laboratorio con uno sguardo più sereno.
Perché negli occhi di una persona anziana posso vedere lo stupore di chi scopre di poter ancora farsi domande sulla propria esistenza.
E, qualche volta, perché arriva un abbraccio colmo di gratitudine. In quei momenti ricordo perché ho scelto questo cammino.

Un'esploratrice in cammino

Non considero lo yoga un punto di arrivo.
Continuo a studiare, praticare, osservare, farmi domande.
Continuo ad esplorare.
E forse è proprio questo che desidero condividere con chi entra nella mia sala: non una risposta definitiva, ma la possibilità di iniziare un viaggio verso di sé.
Uno spazio per fermarsi.
Per respirare.
Per ascoltare.
Per scoprire che, sotto il movimento incessante del corpo e della mente, esiste una parte di noi che possiamo imparare ad incontrare.
Lo yoga non è una ginnastica.
È uno stato. È un'esperienza.
E può diventare, giorno dopo giorno, un modo nuovo di abitare la propria esistenza.

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